Incontro con Umberto Galimberti

Incontro con Umberto Galimberti

Ieri sera il professor Umberto Galimberti ha presentato il suo nuovo libro al Teatro Civico di Vercelli. 
Nel suo intervento sul suo nuovo libro "La parola ai giovani: dialogo con la generazione del nichilismo attivo" il professor Galimberti ha proposto una prospettiva su temi che riguardano l'essere giovani nel nostro tempo, il ruolo della scuola nella vita dei giovani, il nichilismo attivo come possibilità di inventarsi il proprio futuro, il ruolo della tecnica e del pensiero calcolante, l'emarginazione dell'irrazionale. Sul ruolo della scuola il professore ha posto l'accento sulla necessità di "educare" come "portare fuori, condurre, guidare", e non solo istruire:" Se la scuola deve rispondere non solo in termini di istruzione ma anche in termini di educazione, non può prescindere dalla cura dell'emotività in quella stagione, l'adolescenza, dove il cuore non sa se avere legami con l'ideale o con il sesso, dove la rabbia non sa se scatenarsi su di sè o sugli altri, dove l'eccesso della vita travalica talvolta pericolosamente la misura, dove malinconie radicali inducono alla demotivazione quando non anche alla depressione, dove il volume delle sensazioni oltrepassa di gran lunga la capacità delle parole disponibili per esprimerle [...]". Galimberti ha poi sottolineato la possibilità di guardare al mondo con l'occhio della metafora che passa attraverso la lettura, la letteratura e all'inclusione delle emozioni e del sentimento che vanno esercitati e imparati:"Le vie d'uscita ce le offre la letteratura, perchè i sentimenti non ci sono dati per natura, ma si imparano attraverso la cultura, come da sempre gli uomini hanno saputo quando hanno inventato i miti per dare un nome e una traccia al linguaggio del cuore". 
Sulla felicità:"La felicità, quella vera, ci vuole attivi. E' una felicità che non ci "capita", ma che dobbiamo "costruire" a partire dal primo insegnamento dell'oracolo di Delfi che dice: "Conosci te stesso". Se evitiamo questa conoscenza, nella vita prendiamo solo abbagli, inseguiamo modelli che non ci corrispondono, perchè non sappiamo chi siamo, non conosciamo la nostra virtù, la nostra inclinazione, in termini religiosi, la nostra vocazione, ciò per cui siamo nati. E quindi non realizziamo quello che gli antichi chiamavano il nostro "demone", dalla cui realizzazione scaturisce la felicità, in greco "eudaimonia", la buona riuscita di sè".

Lettura analitica del film "La forma dell'acqua". The shape of water

Lettura analitica del film "La forma dell'acqua". The shape of water

La Forma dell'Acqua. The Shape of Water

La forma dell'acqua è un film di Guillermo del Toro, la cui protagonista Elisa è una donna muta che si innamora di un uomo-pesce. Il film si svolge nella Baltimora degli anni 60, l'ambientazione è una congiunzione di chiaroscuri, di luce e di ombre, un atmosfera gotica, fiabesca in cui reale e surreale si incontrano creando un senso di offuscata completezza. L'incontro tra Elisa e “l'alieno” avviene in un centro di ricerca aerospaziale americano: l'uomo-pesce viene catturato in Amazzonia da alcuni ufficiali americani e portato nel centro di ricerca per essere analizzato. Il clima del film è quello della guerra fredda tra ufficiali americani e spie russe intenzionati a scoprire i segreti dell'uomo-pesce trattato come un animale da sezionare e a cui ufficiali e scienziati infliggono torture e violenze. In questa trama gli uomini vivono e agiscono attraverso l'Io eroico che si arroga il diritto di calpestare e di uccidere il dio amazzonico venuto da lontano e utilizza l'unico linguaggio che conosce, quello della spada, della violenza, della sopraffazione attraverso cui difende sè stesso inerme, spiazzato di fronte allo sconosciuto, all'ignoto, allo straniero. E' ciò che fa il colonnello Strickland a costo della sua vita. Il colonnello rappresenta l'Io eroico che combatte l'alieno nella vita concreta ma che nel contempo sta combattendo l'alieno, lo sconosciuto dentro di sé. Questo personaggio vive le sue immagini interiori esclusivamente nel reale, in quella che T.S. Eliot chiama “La terra desolata” e le dita della sua mano sono l'emblema delle sue immagini interne: Strickland materializza nel concreto il suo percorso di morte interiore e quella che poteva essere una putrefazione psichica che avrebbe presagito la rinascita delle immagini si sovrappone e coincide con la putrefazione reale delle dita della mano che lo porterà alla morte. L'anima del film, Elisa è una donna muta che parla attraverso la voce di Zelda l'amica di colore. Il nero è un colore di cui il film è intriso: l'oscurità e la luce si alternano nella trama cinematografica, a volte, in alcune scene si compenetrano, mentre in altre si separano quasi a delineare una trasformazione oltre che nell'atmosfera anche nell'anima dei personaggi. Il femminile muto protagonista del film condivide la sua visione interiore ed è sostenuta dall'amico omosessuale Giles che è un “rivoluzionario” e un “anarchico” come lo è Zelda. L'anima di Elisa accoglie ogni immagine senza escluderne alcuna e mentre procede accoglie lo straniero, l'alieno, l'uomo-pesce la creatura anfibia venuta dall'Amazzonia e che i selvaggi di quel luogo veneravano come un Dio. In queste foreste arcaiche i selvaggi immaginano il mondo attraverso gli eventi della natura, in questo mondo gli dei come l'uomo-pesce sono creature con immensi poteri: gli dei sono nella natura e nel contempo nell'anima di quegli uomini che li riconoscono e riconoscono se stessi attraverso di essa. All'improvviso in quel luogo giunge l'uomo civilizzato, l'uomo razionale che attraverso la ragione esamina, analizza, seziona quel Dio metà uomo e metà pesce venuto da lontano, un Dio che può guarire gli uomini e far resuscitare i morti. L'uomo-pesce è anche un mediatore che congiunge tre o più mondi: il dio amazzonico cammina sulla terra, respira l'aria ma vive anche nell'acqua; l'uomo-pesce unisce, include e si ciba di ogni luogo immaginario possibile. L'anima di Elisa immagina le stesse immagini dell'uomo-pesce e nel suo procedere verso quest'ultimo si porta con sè Zelda e Giles. L'anima muta accoglie ciò che l'Io eroico indagatore esclude, emargina, tortura, uccide e mette in ombra. Elisa accoglie e riconosce l'alieno come un immaginario che le appartiene e al quale non può che congiungersi con l'anima e con il corpo. L'acqua dà la forma dissolvendo la forma. Allora la forma dell'acqua si compie nella dissoluzione della forma stessa che nella scena finale del film, nell'acqua, preannuncia una nuova forma.

Accogliere nuove immagini non significa capire, sezionare, analizzare. Le immagini ci visitano senza preannunciarsi per dare vita a nuove forme e aprirci ad altre possibilità di essere.